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Cairo, sostenga un allenatore: con i fatti, però

Circolava ieri, fra i tifosi del Toro, una battuta che - al netto delle variabili e delle aggettivazioni del caso, figlie di sensibilità e umori differenti - faceva pressappoco così: questo Cairo, a suo modo, è davvero un genio. Un genio, sì, dal punto di vista granata quasi malefico: perché anche stavolta è riuscito - oltre che a scaricare la responsabilità sull’ennesimo capro espiatorio - a trovare una soluzione in grado di garantirgli l’ennesimo bonus di pace sociale; perfino nel periodo di più alto sgradimento verso la sua presidenza e la sua figura. Lo si era pensato e detto e scritto già nel febbraio scorso, al momento dell’ingaggio di Longo al posto di Mazzarri, con l’intelligente integrazione di Asta nello staff supervisionato da un dirigente pure granata doc quale Bava. Ma nemmeno quelle manovre - riassunte dallo slogan “operazione simpatia”, definizione ingenerosa considerando che l’unico obiettivo possibile (la salvezza) venne comunque conseguito con risultati concreti e non virtuali - possono essere paragonate all’impatto che ha oggi l’assunzione di Davide Nicola. Perché la situazione di oggi, anche se c’è più tempo a disposizione per rimediare (ma pure una classifica più oscena), è MOLTO peggio di quella di allora. Perché il livello di sfinimento prodotto dall’inattuabilità del progetto Giampaolo - nelle pieghe di prestazioni penose, disillusioni atroci, parole insostenibili, teoremi tattici utopici in un contesto tecnico così scadente o comunque inadeguato - è MOLTO più destabilizzante. Perché la posizione di Cairo e della sua società, Vagnati compreso, agli occhi della tifoseria è MOLTO più critica, instabile, invisa. Perché le prospettive del club, su ogni fronte, ben al di là di un mercato deprimente, sono MOLTO più inquietanti. Eppure. Eppure da ieri, appunto, una fiammella di speranza si è riaccesa. Tirava aria di nuove contestazioni: il vento della rabbia s’è già placato. Almeno per un po’. Nessuno ha cambiato idea - su Cairo; sull’asfaltatura di un comune sentire granata; sul disinteresse nei fatti, da parte dei dirigenti e dei giocatori, per valori condivisi ormai soltanto dai reduci del Toro che fu - ma di colpo si è nuovamente insinuata fra i tifosi quell’irresistibile, inestinguibile, quasi insana voglia di stringersi a coorte. Per quanto sia una coorte dimostratasi fin qui disamata e disarmante, di una vulnerabilità mentale mai vista su questi schermi. Troppo bene, vuole la gente del Toro a Nicola. Per i suoi trascorsi di calciatore e la sua figura di uomo. Gli vogliono troppo bene anche i cuori granata feriti che, appunto per eccesso d’amore, si sono spinti a non condividerne la scelta di accettare questa sorta di Mission impossible. «Finirai bruciato anche tu»; «te ne renderai conto in fretta»; «verrai mandato allo sbaraglio come tutti gli altri prima di te»: questo il tenore di molti messaggi inviati al nuovo tecnico, simili peraltro a quelli ricevuti a suo tempo dallo stesso Longo. Messaggi diversi ma in qualche modo assimilabili a quelli inviati a Belotti, per la serie: ti auguriamo di andare a giocare in un posto degno di te. Le storture dell’amore tradito: non da Nicola, chiaro, né da Longo o Asta o dal Gallo. Ma tant’è. Quale occasione più propizia potrebbe avere adesso Cairo - dopo questa scelta arguta così volta alla mozione degli affetti - di dimostrare finalmente, con i fatti e non con le solite parole, che è capace e ha voglia di sostenere davvero un suo allenatore? Sul mercato. Al Filadelfia. Motivando lo spogliatoio con segnali concreti di svolta, di ravvedimento, se non proprio di ambizione calcistica. Restituendo una dimensione granata a Belotti anche per il futuro, che invece - specie dopo l’affare Meité - sembra targato Milan. Solo così il presidente dimostrerebbe di volere davvero a Nicola un po’ di quel bene che dice. Una frazione infinitesimale di quello che gli vogliono i tifosi.

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